È in arrivo la pubblicità su Messenger di Facebook

Il primo test in due Paesi ha convinto Facebook, che prosegue l’esperimento su una ristretta percentuale di utenti, questa volta in tutto il mondo.

Ad oltre due anni dal lancio di Messenger come piattaforma a sé stante, la consacrazione definitiva si chiama pubblicità: a partire dalle prossime settimane infatti, sul servizio di messaggistica di Facebook compariranno annunci pubblicitari.

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A comunicarlo è stata l’azienda stessa in un post ufficiale nel quale spiega che l’esperimento continua, dopo un test portato avanti in Australia e Tailandia, per toccare una piccola percentuale di utenti, questa volta in tutto il mondo.
Le aziende quindi, potranno veicolare annunci per le loro campagne promozionali, che compariranno esclusivamente nella sezione home dell’applicazione, vale a dire non all’interno delle singole conversazioni. Quella, semmai, resta una prerogativa delle imprese che sfruttano servizi chatbot – era aprile del 2016 quando Facebook annunciò l’apertura agli sviluppatori di bot sulla piattaforma – che possono decidere quali contenuti condividere con gli utenti con i quali intrattengono già un rapporto.

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Gli influencer e la pubblicità: viaggio nella giungla del non detto…

Se il contenuto è promozionale, bisogna dirlo chiaramente. In Italia non esiste una norma ad hoc, mentre gli Stati Uniti hanno dato indicazioni precise.

Alle aziende ormai sono più graditi dei classici testimonial. Sono gli influencer, coloro che, per via del grande seguito che hanno sui social network e sul web, sarebbero in grado di orientare le mode. Attori, modelle, vip del piccolo schermo o star ascese direttamente dalla rete all’empireo dei divi. La loro fortuna sta nella fama o nella credibilità che hanno raggiunto tra il pubblico.

Nei budget di marketing delle società più strutturate la voce influencer è ormai distinta da quella di canali più tradizionali, come la televisione e i giornali. La società di ricerche di mercato Mediakix stima che entro il 2019 solo su Instagram l’influencer marketing possa sfondare il traguardo di 2,3 miliardi di dollari, raddoppiando in 24 mesi il miliardo di dollari previsto per quest’anno.

Negli Stati Uniti, d’altronde, i cachet sono stellari. “Si possono pagare fino a 300mila dollari per un post per i personaggi che hanno un’audience di milioni di follower, come le Kardashian”, spiega Karim De Martino, vicepresidente dello sviluppo del business in Europa di Instabrand, società di influencer marketing nata a Los Angeles nel 2014, che nel 2016 ha chiuso l’anno con 9 milioni di dollari di fatturato.

Anche in Italia gli affari si muovono. La sola Instabrands ha visto raddoppiare i suoi ricavi lo scorso anno e ha siglato accordi con colossi della pubblicità, come la storica agenzia francese Publicis e il centro media globale GroupM.

La nuova industria dell’influencer marketing, tuttavia, ha aperto questioni legali. Perché se le aziende corteggiano queste star della rete per far conoscere al pubblico i loro prodotti, quanto sono sinceri e spontanei i contenuti web degli influencer? L’influencer indossa quella specifica felpa perché la trova veramente elegante o perché ha ricevuto soldi per farlo? Soggiorna in quel dato albergo perché l’accoglienza è con i guanti bianchi o perché l’ospitalità è offerta per farsi pubblicità? La crema che si spalma in viso ha proprietà eccezionali o è solo sponsorizzata dietro cachet? In sostanza, quanto è attendibile per il consumatore la sua raccomandazione?

Gli Stati Uniti, culla dei social network e, di conseguenza, degli influencer, hanno anche messo a punto le prime regole del settore. Nel 2009 la Federal Trade Commission, l’agenzia indipendente che si occupa della difesa dei consumatori, ha stilato le prime raccomandazioni e l’anno scorso ha prodotto un manuale sull’argomento.

Hashtag come #sponsored, #sp o #spon o frasi rituali come “thanks to” non sono più sufficienti, ma è doveroso far capire che l’azienda ha consegnato il prodotto all’influencer o lo ha pagato. Su Instagram l’agenzia statunitense pretende che la società sponsor sia taggata nel post e bene in evidenza e che hashtag come #ad, #adv o #sponsored non siano annegati nella massa, ma risultino tra i primi e leggibili per l’utente.

Il consumatore deve essere messo nelle condizioni di capire, senza troppi sforzi, che quel contenuto è frutto di un accordo commerciale tra azienda e influencer e ogni accorgimento che può rendere più trasparente questo rapporto è ben accetto.

In Italia non esiste una norma specifica. Si occupano della materia l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap), che ha il compito di far rispettare il codice pubblicitario nazionale (compilato e promosso dalle stesse aziende che lo usano), e il codice del consumo. Nel 2016 Iap ha promosso una Digital chart per orientare i propri associati alle regole da rispettare sul web. “Il fine promozionale del commento o dell’opinione espressa da celebrity/influencer/blogger, qualora non sia già chiaramente riconoscibile dal contesto, deve essere reso noto all’utente con mezzi idonei”, si legge nel documento. Come? Inserendo hashtag abbinati alla campagna pubblicitaria in corso, link al sito internet dell’azienda o taggando il profilo social della società nel post.

Su Google arriva l’etichetta per le notizie verificate.

Saranno mostrate informazioni sulla dichiarazione verificata, da chi è stata fatta e se una fonte ha verificato quella particolare dichiarazione.

Arrivano uno via l’altro, gli annunci sugli strumenti che tentano di arginare la disinformazione online. Ieri la guida di Facebook per riconoscere le notizie false, oggi Google con l’etichetta Fact Check, disponibile sia su Google News che nel motore di ricerca, a livello globale e in tutte le lingue. A ottobre, insieme ai partner di Jigsaw, Google aveva annunciato che in alcuni Paesi avrebbe iniziato a consentire agli editori di mostrare l’etichetta “Fact Check” in Google News. Questa etichetta consente di identificare in modo più immediato gli articoli di verifica dei fatti.

“Dopo aver valutato i riscontri ricevuti da parte degli utenti e degli editori, abbiamo deciso di rendere disponibile l’etichetta e di estenderla al motore di ricerca”, spiegano Justin Kosslyn (Product Manager, Jigsaw) e Cong Yu (Research Scientist, Google Research). “Per la prima volta, quando viene effettuata una ricerca su Google che restituisce un risultato che contiene la verifica dei fatti di uno o più affermazioni pubbliche, questa informazione verrà chiaramente visualizzata nella pagina dei risultati di ricerca.

Lo snippet mostrerà informazioni sulla dichiarazione verificata, da chi è stata fatta e se una fonte ha verificato quella particolare dichiarazione”.

 

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Google diventa chef…

Google diventa chef e offre suggerimenti nei risultati di ricerca!

L’app mostrerà suggerimenti inerenti la ricetta richiesta e i suoi ingredienti!

Google aggiunge al suo sistema di ricerca una funzionalità che sembra quasi il minimo che potesse offrire ai suoi utenti, dopo anni di “Masterchef” e “Cuochi e Fiamme”, cucine accese ad ogni ora (da incubo e non) e corsi per la cottura perfetta dell’acqua bollita.

Mentre il motore fornisce i risultati in base alla chiave di ricerca, in alto compariranno delle etichette con suggerimenti per ricette più specifiche e ingredienti correlati alla richiesta. Per esempio, cercando la ricetta della pizza, nella parte alta Google potrebbe proporre “senza glutine”, “ricetta della crosta”, “meno carboidrati”…insomma, l’app farà in modo di proporre nuove soluzioni culinarie che il pubblico ancora non conosce.

 

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Chatbot e dati degli utenti.

I chatbot sono dei programmi che simulano una conversazione tra robot e essere umano. Questi programmi funzionano o come utenti stessi delle chat o come persone che rispondono alle FAQ (frequently asked question) delle persone che accedono al sito. Il loro sviluppo è ad uno stadio bassissimo. La loro capacità di colloquiare in modo lineare e congruo è limitata. Tuttavia il loro impiego risulta già da ora più che utile. Fin dai primi sviluppi della scienza informatica, in collaborazione con altre discipline gli studiosi hanno cercato di riprodurre, attraverso l’ausilio di macchine, processi cognitivi tipicamente umani. L’opinione più diffusa in ambito scientifico è che il processo di apprendimento, comprensione e formulazione del linguaggio avvenga in modo per lo più a noi ignoto, soprattutto innato. Se così fosse, la riproduzione del linguaggio attraverso un robota sarebbe un passo troppo grande per le attuali conoscenze.

Con i chatbot il rischio del visualizzato non risposto, dell’attesa perenne davanti al telefono, è ridotto a zero. Se c’è una cosa che fanno è rispondere. Al massimo non capiscono la domanda, ma per questo l’Intelligenza Artificiale lavora costantemente. Il pericolo è dimenticare che i chatbot facciano parte della schiera di soggetti che raccolgono dati. E con la “scusa” della conversazione, ne raccolgono pure parecchi.

I chatbot non sono sono applicazioni conversazionali, ma abbattono anche la fatica dell’uso: basta parlare al telefono, o al dispositivo connesso (e qui entra in gioco l’IoT) per attivare i processi.

Secondo il Mobility Report di Ericsson  il numero di dispositivi connessi crescerà, fino al 2021 (in un lasso di tempo partito dal 2015) del 23 % ogni anno, superando così, già nel 2018, l’impero degli smartphone. Oggetti che già oggi sanno quanto dormiamo, quanto camminiamo, cosa guardiamo…

L’automatismo e la semplicità di attivazione propria di ogni chatbot potrebbe appannare, per breve o lungo tempo, la consapevolezza che ognuno di essi saprà molte cose sui propri utenti. I consumatori, nel corso di ogni conversazione, forniranno molte più informazioni di quanto già facciano ora, risparmiando alle grandi aziende la fatica di inseguire le cronologie di navigazione.

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Il 2017 sarà l’anno della post-realtà.

Nei prossimi 12 mesi, analogico e digitale si fonderanno mescolando realtà concreta, aumentata e virtuale.

Due dei device più attesi – Oculus Rift di Facebook e PlayStation VR di Sony – sono arrivati sul mercato solo quest’anno e non ovunque, proprio mentre Mark Zuckerberg raccontava, nel corso delle numerose fiere internazionali, come vede la sua creatura nel giro di qualche anno: popolata da avatar che comunicano fra loro tramite visori e altri accessori indossabili, tanto da “cambiare il mondo”.

A sfumare sempre di più i confini fra realtà reale, aumentata e virtuale e promettendo di proiettarci nel mondo della post-realtà, il 2017 sarà l’anno in cui questi tre livelli di percezione inizieranno definitivamente a sovrapporsi grazie alle soluzioni tecnologiche. E noi faremo fatica a distinguerne i contorni e i caratteri…

 

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CAMPAGNE PUBBLICITARIE MIRATE SU FB

Facebook  ad oggi conta più di 1,5 miliardi di utenti che si connettono e accedono alla piattaforma più o meno tutti i giorni.

Una piazza veramente ricca che fa diventare Facebook oltre che un social, uno dei migliori modi per fare pubblicità online.

Infatti, grazie alle inserzioni e alle campagne mirate si possono creare movimenti veramente imponenti per far conoscere un brand e raggiungere target specifici di persone.

Infatti, quando si crea un’inserzione su FB, è possibile scegliere il pubblico a cui mostrarla in base a posizione, età, interessi e molto altro, creando pubblicità mirate per raggiungere segmenti di pubblico diversi, clienti potenziali e raggiungere gli obiettivi aziendali, poiché vengono generati risultati reali e controllabili!

Noi di TM Communication siamo esperti di comunicazione e pubblicità e offriamo tra i nostri servizi, la creazione di campagne pubblicitarie mirate per consentire alle aziende di organizzare, misurare e ottimizzare le loro attività di marketing anche su Facebook, piattaforma ideale per fare business e pubblicità e raggiungere specifiche nicchie di utenti grazie all’alto potenziale del suo canale.

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Il Video Marketing.

“Il 2016 sarà per i video un punto di svolta”.

I video sui social network sono, oggi, il contenuto più ricercato dai navigatori del web.

Siamo nell’era di Facebook, Twitter, dei Social Media e di tutte le conseguenze dell’evoluzione incessante di Internet. Ma ci sono elementi che ancora oggi sono l’essenza della comunicazione, sia pubblica che aziendale: gli Audiovisivi.

Si parla sempre di più di video… su Youtube, su Facebook o su Instagram: è cambiato il mezzo, perché dalla tv siamo passati al web, ma il Video Marketing è e resta sempre il modo più efficace per raggiungere i propri clienti.

Oggi grazie ai social Network  è possibile proporre il proprio brand a miliardi di persone nel mondo, per raggiungere e conquistare in pochi secondi un numero elevato di potenziali clienti, nonché un rank migliore nel posizionamento Google.

L’utilizzo dei video sui social network, garantisce il successo all’interno del mondo web e ad oggi è comprovato che i social, in particolar modo facebook, superano di gran lunga Google come fonte primaria di traffico web!!!

Video, link, condivisioni, post, notizie, eventi…ecc… girano ogni giorno sul web e tutta questa elevata mole di dati e contenuti sta superando sempre di più lo stesso Google, diventando una vera fonte diretta di traffico!

La TM Communication produce film e video aziendali per i nuovi Social Media, per affascinare e comunicare la grandezza e l’unicità dell’azienda in questione e per essere sempre al passo con i tempi e le tecnologie, proponendo ai propri clienti le migliori strategie di marketing.

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