Google ora è anche un dizionario, ma quante parole conosce?

Un paio di trucchi per ottenere da Google la funzione di dizionario senza dover scartabellare in giro per la rete. Non ci sono tutte, ma l’assortimento è vario e in crescita…

Google cerca alacremente soluzioni per accorciare i suoi tempi di risposta su qualsiasi cosa. Da un po’ di tempo, per esempio, include direttamente nei risultati di ricerca le definizioni da dizionario per le parole. Non funziona per tutti i termini (nella gallery una “selezione fritto misto” di parole di diversa estrazione), ma ne include sempre di più. Per alcune (neanche a dirlo, sulle parolacce va fortissimo), basta inserire ciò che si cerca sia nell’apposita barra del sito, sia nella stringa della url con Google Chrome. Può non essere sufficiente e, in tal caso, basta andare sul sicuro, aggiungendo al termine “significato” o “definizione”. A differenza di quanto accade per l’inglese, non serve a niente invece aggiungere “dizionario”, perché in quel caso il risultato sarebbe la consueta lista di opzioni dei vari presenti (ognuno ha il suo preferito, in effetti).
PAROLE
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Wikibombing, la trollata di massa contro il clickbait.

Intere voci di Wikipedia a commento di notizie ritenute al servizio del clickbait: la mobilitazione su Facebook è stata definita “Wikibombing”

Wikibombing”, ovvero: quando la lotta al clickbait diventa un mega-Lol collettivo.

Recentemente uno dei migliori esperimenti condotti contro i titoli acchiappa clic aveva visto una libreria americana attrarre il proprio pubblico, per poi condurlo davanti ai capolavori della letteratura: questa volta, invece, la mobilitazione arriva dal pubblico stesso. Da qualche giorno persone da ogni angolo d’Italia stanno commentando notizie riportate sulle Pagine Facebook di alcuni quotidiani con intere voci tratte da Wikipedia.

Biografie di grandi matematici della storia, il Bosone di Higgs (chi se lo ricorda?) o il vaso di Pandora, postati come commenti sotto notizie ritenute particolarmente leggere o dai titoli costruiti solo per generare traffico.

La mobilitazione sarebbe iniziata sotto un post con un video del matrimonio del neo presidente francese Macron, uno dei tanti servizi che sottolineava la differenza d’età con la consorte.

E poi via, di seguito, commenti a pioggia sotto qualsiasi contenuto ritenuto poco utile ai fini informativi.

Come giustamente fa notare qualcuno su Twitter, il rovescio della medaglia è che i post presi d’assalto conteranno comunque un maggior numero di commenti, il che non può che essere letto positivamente dall’algoritmo di Facebook. Una bella sfida, in un momento in cui la concentrazione sul tema dell’informazione tutta è tra le priorità dell’azienda.

 

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Google cambia il suo algoritmo e dichiara guerra alle fake news.

Altra stretta di Google contro le ricerche che restituiscono risultati ingannevoli e offensivi: l’algoritmo li penalizzerà e gli utenti potranno segnalarli con facilità.

Dopo la battaglia contro chi costruisce contenuti ad hoc per l’indicizzazione a discapito della qualità, con testi nascosti e altre pratiche del tutto ingannevoli, il nuovo nemico giurato degli algoritmi si chiama disinformazione. Per gli amici “Fake news”, anche se non sono propriamente sinonimi.
Lo dice chiaro e tondo Google: un piccolo insieme di ricerche, circa lo 0,25% del traffico giornaliero, ha restituito risultati con contenuti offensivi o chiaramente ingannevoli.  Per questo l’azienda, per bocca di Ben Gomes, VP of Engineering di Google Search presenta il nuovo modo in cui l’algoritmo del motore di ricerca cercherà di penalizzare i contenuti di scarsa qualità.

The Big G ha deciso di muoversi su due almeno direttrici: miglioramento del search ranking (il sistema di posizionamento nel motore di ricerca) e strumenti  più semplici di feedback diretti da parte degli utenti.

L’azienda ha innanzitutto confermato la modifica delle Linee Guida per i valutatori della qualità di Ricerca che, va ricordato, non cambia direttamente l’indicizzazione, ma raccoglie dati sulla pertinenza dei risultati in termini di adeguatezza, ed è quindi fondamentale.

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Su Google arriva l’etichetta per le notizie verificate.

Saranno mostrate informazioni sulla dichiarazione verificata, da chi è stata fatta e se una fonte ha verificato quella particolare dichiarazione.

Arrivano uno via l’altro, gli annunci sugli strumenti che tentano di arginare la disinformazione online. Ieri la guida di Facebook per riconoscere le notizie false, oggi Google con l’etichetta Fact Check, disponibile sia su Google News che nel motore di ricerca, a livello globale e in tutte le lingue. A ottobre, insieme ai partner di Jigsaw, Google aveva annunciato che in alcuni Paesi avrebbe iniziato a consentire agli editori di mostrare l’etichetta “Fact Check” in Google News. Questa etichetta consente di identificare in modo più immediato gli articoli di verifica dei fatti.

“Dopo aver valutato i riscontri ricevuti da parte degli utenti e degli editori, abbiamo deciso di rendere disponibile l’etichetta e di estenderla al motore di ricerca”, spiegano Justin Kosslyn (Product Manager, Jigsaw) e Cong Yu (Research Scientist, Google Research). “Per la prima volta, quando viene effettuata una ricerca su Google che restituisce un risultato che contiene la verifica dei fatti di uno o più affermazioni pubbliche, questa informazione verrà chiaramente visualizzata nella pagina dei risultati di ricerca.

Lo snippet mostrerà informazioni sulla dichiarazione verificata, da chi è stata fatta e se una fonte ha verificato quella particolare dichiarazione”.

 

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Google corre ai ripari dopo il boicottaggio degli inserzionisti su YouTube

Dopo l’aggiornamento delle linee guida per i valutatori di qualità nei risultati di ricerca, Google ha deciso di ha deciso di intervenire per diventare più incisivo nell’individuazione di contenuti inappropriati su YouTube e, soprattutto, di accelerare il processo di rimozione sfruttando sistemi di riconoscimento automatico dei contenuti, ma non solo…

Il momento è delicato: le cronache hanno riportato la netta posizione di alcuni inserzionisti che, nel Regno Unito, hanno ritirato le loro pubblicità dopo averle viste comparire associate a contenuti estremisti. Un vero e proprio boicottaggio, al quale hanno aderito nei giorni numerose aziende.

La soluzione proposta da Google è l’assunzione di “un significativo numero di persone” e strumenti che sfruttino le ultime novità che l’azienda vanta nell’Intelligenza Artificiale e nell’Apprendimento automatico per migliorare la capacità di revisionare contenuti discutibili per la pubblicità.

 

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Google Next, come l’intelligenza artificiale cambierà il modo di vedere i video online

San Francisco – Google punta in maniera sempre più decisa a espandere ulteriormente il proprio ruolo di leadership nel mondo del cloud, l’infrastruttura del web, un settore di mercato strategico e in continua crescita il cui valore nel 2017 secondo le previsioni sfiorerà i 60 miliardi di dollari.

Sul palco del Moscone Center di San Francisco infatti, in occasione di Next ’17, la conferenza annuale attraverso cui Google presenta agli sviluppatori e alle imprese le sue novità e obiettivi nel settore, è stata annunciata la partnership tra Google Cloud e Sap, leader mondiale nel campo dei software applicativi per le aziende.

I database della multinazionale tedesca, Sap Hana e la sua versione per sviluppatori Sap Hana express edition, saranno infatti certificati per l’utilizzo della Google Cloud Platform (GCP), mentre la collaborazione tra le due società continuerà attraverso lo sviluppo di soluzioni software per le imprese capaci di integrare gli strumenti di machine learning del cloud di Google.

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A Google è stato chiesto di rimuovere oltre un milione di siti!

In tanti hanno chiesto la rimozione di indirizzi dai risultati del motore di ricerca. Il problema più grande: il copyright.

Il numero di richieste che Google riceve per la rimozione di indirizzi dall’indicizzazione dei risultati di ricerca continua a crescere. The Big G, nel suo Transparency Report, tiene traccia delle richieste pervenute e le pubblica. In un grafico dedicato a quelle riguardati rimozioni in tema di copyright, è evidente quanto non solo siano aumentate dal 2012 – questo è fisiologico – ma soprattutto anche nel corso dell’ultimo anno, da gennaio 2016 a gennaio 2017 (con un picco, al 23 gennaio, di 19.285.333).

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In generale, le richieste che Google ha ricevuto per rimuovere siti web dai suoi risultati, quindi il totale dei siti “interessati”, ha sforato quota un milione, mentre gli indirizzi rimossi in totale (dal 10 marzo 2011 al 14 febbraio 2017), hanno toccato quota 2,13 miliardi.

Sono numeri che non sorprendono, anche se i richiedenti hanno nomi di un certo rilievo: la Casa Bianca o il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che avrebbero chiesto la rimozione, tra gli altri, di propri contenuti.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, tuttavia. Le relazioni tra giganti della rete e governi è quanto di più stretto si trovi: a dicembre Facebook, nel suo rapporto di trasparenza, faceva il conto delle richieste su dati utenti ricevute proprio da parte dei governi.

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Google diventa chef…

Google diventa chef e offre suggerimenti nei risultati di ricerca!

L’app mostrerà suggerimenti inerenti la ricetta richiesta e i suoi ingredienti!

Google aggiunge al suo sistema di ricerca una funzionalità che sembra quasi il minimo che potesse offrire ai suoi utenti, dopo anni di “Masterchef” e “Cuochi e Fiamme”, cucine accese ad ogni ora (da incubo e non) e corsi per la cottura perfetta dell’acqua bollita.

Mentre il motore fornisce i risultati in base alla chiave di ricerca, in alto compariranno delle etichette con suggerimenti per ricette più specifiche e ingredienti correlati alla richiesta. Per esempio, cercando la ricetta della pizza, nella parte alta Google potrebbe proporre “senza glutine”, “ricetta della crosta”, “meno carboidrati”…insomma, l’app farà in modo di proporre nuove soluzioni culinarie che il pubblico ancora non conosce.

 

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