I chatbot di Facebook hanno inventato un linguaggio tutto loro…

Chatbot allenati alla negoziazione non solo hanno sviluppato strategie proprie di trattativa, ma anche utilizzato un linguaggio unico e non assimilabile a quello umano.

Succede che l’allenamento del machine learning diventi un allenamento anche per gli umani: a considerare gli imprevisti, e a fare i conti con l’intelligenza artificiale che prende iniziative. Nel laboratorio Facebook Artificial Intelligence Research (Fair), per esempio, i ricercatori al lavoro su chatbot che replicassero conversazioni di negoziazione si sono trovati davanti a risultati inaspettati.

Innanzitutto, i chatbot agent, allenati anche attraverso apprendimento per rinforzo — per la prima volta, dicono i ricercatori — sono stati in grado di sviluppare strategie avanzate per ottenere quello che avrebbero voluto (o dovuto volere?). Per esempio, sono stati in grado di fingersi interessati a qualcosa priva di reale valore, per poi usarla come merce di scambio per il raggiungimento del compromesso. Mostrare di volere una cosa, per poi cederla in sacrificio nella trattativa con l’interlocutore: un “giochino” classico per noi, e ora anche per l’intelligenza artificiale.

i bot hanno cominciato a discostarsi dalle norme scritte iniziando a comunicare in un linguaggio completamente nuovo, quello creato senza un contributo umano. Allenando gli “agenti chatbot” con enormi dataset di trattative tra umani, i ricercatori hanno infatti dimostrato non solo che queste potessero essere replicate dalle macchine, ma superate e migliorate.

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Chatbot e dati degli utenti.

I chatbot sono dei programmi che simulano una conversazione tra robot e essere umano. Questi programmi funzionano o come utenti stessi delle chat o come persone che rispondono alle FAQ (frequently asked question) delle persone che accedono al sito. Il loro sviluppo è ad uno stadio bassissimo. La loro capacità di colloquiare in modo lineare e congruo è limitata. Tuttavia il loro impiego risulta già da ora più che utile. Fin dai primi sviluppi della scienza informatica, in collaborazione con altre discipline gli studiosi hanno cercato di riprodurre, attraverso l’ausilio di macchine, processi cognitivi tipicamente umani. L’opinione più diffusa in ambito scientifico è che il processo di apprendimento, comprensione e formulazione del linguaggio avvenga in modo per lo più a noi ignoto, soprattutto innato. Se così fosse, la riproduzione del linguaggio attraverso un robota sarebbe un passo troppo grande per le attuali conoscenze.

Con i chatbot il rischio del visualizzato non risposto, dell’attesa perenne davanti al telefono, è ridotto a zero. Se c’è una cosa che fanno è rispondere. Al massimo non capiscono la domanda, ma per questo l’Intelligenza Artificiale lavora costantemente. Il pericolo è dimenticare che i chatbot facciano parte della schiera di soggetti che raccolgono dati. E con la “scusa” della conversazione, ne raccolgono pure parecchi.

I chatbot non sono sono applicazioni conversazionali, ma abbattono anche la fatica dell’uso: basta parlare al telefono, o al dispositivo connesso (e qui entra in gioco l’IoT) per attivare i processi.

Secondo il Mobility Report di Ericsson  il numero di dispositivi connessi crescerà, fino al 2021 (in un lasso di tempo partito dal 2015) del 23 % ogni anno, superando così, già nel 2018, l’impero degli smartphone. Oggetti che già oggi sanno quanto dormiamo, quanto camminiamo, cosa guardiamo…

L’automatismo e la semplicità di attivazione propria di ogni chatbot potrebbe appannare, per breve o lungo tempo, la consapevolezza che ognuno di essi saprà molte cose sui propri utenti. I consumatori, nel corso di ogni conversazione, forniranno molte più informazioni di quanto già facciano ora, risparmiando alle grandi aziende la fatica di inseguire le cronologie di navigazione.

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