Gli influencer e la pubblicità: viaggio nella giungla del non detto…

Se il contenuto è promozionale, bisogna dirlo chiaramente. In Italia non esiste una norma ad hoc, mentre gli Stati Uniti hanno dato indicazioni precise.

Alle aziende ormai sono più graditi dei classici testimonial. Sono gli influencer, coloro che, per via del grande seguito che hanno sui social network e sul web, sarebbero in grado di orientare le mode. Attori, modelle, vip del piccolo schermo o star ascese direttamente dalla rete all’empireo dei divi. La loro fortuna sta nella fama o nella credibilità che hanno raggiunto tra il pubblico.

Nei budget di marketing delle società più strutturate la voce influencer è ormai distinta da quella di canali più tradizionali, come la televisione e i giornali. La società di ricerche di mercato Mediakix stima che entro il 2019 solo su Instagram l’influencer marketing possa sfondare il traguardo di 2,3 miliardi di dollari, raddoppiando in 24 mesi il miliardo di dollari previsto per quest’anno.

Negli Stati Uniti, d’altronde, i cachet sono stellari. “Si possono pagare fino a 300mila dollari per un post per i personaggi che hanno un’audience di milioni di follower, come le Kardashian”, spiega Karim De Martino, vicepresidente dello sviluppo del business in Europa di Instabrand, società di influencer marketing nata a Los Angeles nel 2014, che nel 2016 ha chiuso l’anno con 9 milioni di dollari di fatturato.

Anche in Italia gli affari si muovono. La sola Instabrands ha visto raddoppiare i suoi ricavi lo scorso anno e ha siglato accordi con colossi della pubblicità, come la storica agenzia francese Publicis e il centro media globale GroupM.

La nuova industria dell’influencer marketing, tuttavia, ha aperto questioni legali. Perché se le aziende corteggiano queste star della rete per far conoscere al pubblico i loro prodotti, quanto sono sinceri e spontanei i contenuti web degli influencer? L’influencer indossa quella specifica felpa perché la trova veramente elegante o perché ha ricevuto soldi per farlo? Soggiorna in quel dato albergo perché l’accoglienza è con i guanti bianchi o perché l’ospitalità è offerta per farsi pubblicità? La crema che si spalma in viso ha proprietà eccezionali o è solo sponsorizzata dietro cachet? In sostanza, quanto è attendibile per il consumatore la sua raccomandazione?

Gli Stati Uniti, culla dei social network e, di conseguenza, degli influencer, hanno anche messo a punto le prime regole del settore. Nel 2009 la Federal Trade Commission, l’agenzia indipendente che si occupa della difesa dei consumatori, ha stilato le prime raccomandazioni e l’anno scorso ha prodotto un manuale sull’argomento.

Hashtag come #sponsored, #sp o #spon o frasi rituali come “thanks to” non sono più sufficienti, ma è doveroso far capire che l’azienda ha consegnato il prodotto all’influencer o lo ha pagato. Su Instagram l’agenzia statunitense pretende che la società sponsor sia taggata nel post e bene in evidenza e che hashtag come #ad, #adv o #sponsored non siano annegati nella massa, ma risultino tra i primi e leggibili per l’utente.

Il consumatore deve essere messo nelle condizioni di capire, senza troppi sforzi, che quel contenuto è frutto di un accordo commerciale tra azienda e influencer e ogni accorgimento che può rendere più trasparente questo rapporto è ben accetto.

In Italia non esiste una norma specifica. Si occupano della materia l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap), che ha il compito di far rispettare il codice pubblicitario nazionale (compilato e promosso dalle stesse aziende che lo usano), e il codice del consumo. Nel 2016 Iap ha promosso una Digital chart per orientare i propri associati alle regole da rispettare sul web. “Il fine promozionale del commento o dell’opinione espressa da celebrity/influencer/blogger, qualora non sia già chiaramente riconoscibile dal contesto, deve essere reso noto all’utente con mezzi idonei”, si legge nel documento. Come? Inserendo hashtag abbinati alla campagna pubblicitaria in corso, link al sito internet dell’azienda o taggando il profilo social della società nel post.

Google cambia il suo algoritmo e dichiara guerra alle fake news.

Altra stretta di Google contro le ricerche che restituiscono risultati ingannevoli e offensivi: l’algoritmo li penalizzerà e gli utenti potranno segnalarli con facilità.

Dopo la battaglia contro chi costruisce contenuti ad hoc per l’indicizzazione a discapito della qualità, con testi nascosti e altre pratiche del tutto ingannevoli, il nuovo nemico giurato degli algoritmi si chiama disinformazione. Per gli amici “Fake news”, anche se non sono propriamente sinonimi.
Lo dice chiaro e tondo Google: un piccolo insieme di ricerche, circa lo 0,25% del traffico giornaliero, ha restituito risultati con contenuti offensivi o chiaramente ingannevoli.  Per questo l’azienda, per bocca di Ben Gomes, VP of Engineering di Google Search presenta il nuovo modo in cui l’algoritmo del motore di ricerca cercherà di penalizzare i contenuti di scarsa qualità.

The Big G ha deciso di muoversi su due almeno direttrici: miglioramento del search ranking (il sistema di posizionamento nel motore di ricerca) e strumenti  più semplici di feedback diretti da parte degli utenti.

L’azienda ha innanzitutto confermato la modifica delle Linee Guida per i valutatori della qualità di Ricerca che, va ricordato, non cambia direttamente l’indicizzazione, ma raccoglie dati sulla pertinenza dei risultati in termini di adeguatezza, ed è quindi fondamentale.

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Facebook cambia e prova a farti uscire dalla tua bolla di notizie.

L’azienda affronta il problema della disinformazione: modificherà gli “articoli correlati”, suggerendoli prima della lettura e includendo le fonti verificate.

Lotta alla disinformazione su Facebook atto III: dopo la collaborazione con organizzazioni deputate alla verifica delle notizie false e la guida per aiutare a riconoscerle rivolta agli utenti, l’azienda prova ad affrontare la questione da un’altra prospettiva. Questa volta l’annuncio non è plateale, ma traspare dalla spiegazione della nuova funzione, che sembra prendere di mira l’effetto filter bubble, cioè la tendenza, dovuta alla struttura dei social network, di circondare gli utenti di persone che la pensano al loro stesso modo, contribuendo così a non favorire la voglia di considerare altri punti di vista.

La novità riguarda una funzione già introdotta nel 2013, cioè i suggerimenti di articoli correlati: se nella versione originaria i suggerimenti arrivavano dopo che il pubblico avesse letto il link, nel nuovo test il social network proverà a suggerire contenuti prima ancora che questi vengano aperti.

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Collezioni private su Instagram

Ora puoi creare le collezioni private su Instagram: i post salvati potranno essere organizzati in raccolte che saranno però visibili solo all’utente.

Instagram ha appena dato una rinfrescata alle sue Storie e ora aggiunge una novità alla parte classica dell’app: da oggi infatti, sarà possibile organizzare i post salvati in collezioni.

Il tasto salva, quello con l’icona segnalibro, è stato introdotto lo scorso dicembre e l’idea di permettere al pubblico di organizzare al meglio i contenuti fa pensare che abbia ottenuto buoni riscontri.

La nuova funzione consente di toccare e tenere premuta l’icona del segnalibro sotto un post per salvarlo direttamente in una collezione. Una collezione può essere creata a partire dal salvataggio di un nuovo post o da una raccolta di post esistenti già salvati (in questo caso, tocca l’icona con il simbolo più in alto a destra, assegnare un nome alla raccolta e seleziona i post salvati che si desidera aggiungere).

Come per tutti i post salvati, anche le raccolte sono private e visibili solo all’utente. L’aggiornamento arriverà sia per iOS che per Android nella versione 10.

 

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Facebook, finalmente pronto l’assistente digitale M.

L’assistente di Messenger inizierà a suggerire sticker e link a siti e applicazioni in base ai contenuti delle conversazioni

Dopo quasi due anni dal suo primo annuncio, Facebook è finalmente pronta al lancio preliminare e su larga scala di M, il suo assistente digitaleinterno alla piattaforma di messaggistica Messenger. Il gruppo di Mark Zuckerberg ne ha dato notizia a livello globale tramite la propria newsroom, anche se il servizio sarà inizialmente dedicato soltanto agli Stati Uniti e non sarà un vero e proprio assistente a 360 gradi.

Non tanto perché rimarrà confinato all’interno delle conversazioni di Messenger — sapevamo dall’inizio che M avrebbe funzionato come GoogleAssistant su Allo — quanto perché la novità non rappresenterà il pieno potenziale dell’intelligenza artificiale in lavorazione a Menlo Park, e per questo motivo è stata etichettata come “suggerimenti da M”.

I suggerimenti in questione non sono offerti all’interno di una chat dedicata, ma appaiono in calce alle conversazioni aperte con gli amici, in modo discreto e a seconda del contesto.

Al momento, l’algoritmo può suggerire: lo sticker giusto da applicare alle conversazioni, ad esempio in fase di saluti; una scorciatoia per Uber o Lyftnel caso ci sia in programma di uscire di casa; opzioni e siti web per il pagamento o la richiesta di denaro quando si parla di soldi e transazioni; la condivisione della posizione GPS in caso si stia tentando di incontrarsi con il proprio contatto; l’impostazione di un sondaggio nelle conversazioni di gruppo, per raccapezzarsi tutti insieme su decisioni difficili; la creazione di un evento in calendario per fissare un appuntamento appena preso.

 

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Su Google arriva l’etichetta per le notizie verificate.

Saranno mostrate informazioni sulla dichiarazione verificata, da chi è stata fatta e se una fonte ha verificato quella particolare dichiarazione.

Arrivano uno via l’altro, gli annunci sugli strumenti che tentano di arginare la disinformazione online. Ieri la guida di Facebook per riconoscere le notizie false, oggi Google con l’etichetta Fact Check, disponibile sia su Google News che nel motore di ricerca, a livello globale e in tutte le lingue. A ottobre, insieme ai partner di Jigsaw, Google aveva annunciato che in alcuni Paesi avrebbe iniziato a consentire agli editori di mostrare l’etichetta “Fact Check” in Google News. Questa etichetta consente di identificare in modo più immediato gli articoli di verifica dei fatti.

“Dopo aver valutato i riscontri ricevuti da parte degli utenti e degli editori, abbiamo deciso di rendere disponibile l’etichetta e di estenderla al motore di ricerca”, spiegano Justin Kosslyn (Product Manager, Jigsaw) e Cong Yu (Research Scientist, Google Research). “Per la prima volta, quando viene effettuata una ricerca su Google che restituisce un risultato che contiene la verifica dei fatti di uno o più affermazioni pubbliche, questa informazione verrà chiaramente visualizzata nella pagina dei risultati di ricerca.

Lo snippet mostrerà informazioni sulla dichiarazione verificata, da chi è stata fatta e se una fonte ha verificato quella particolare dichiarazione”.

 

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